Storia, che poi tanto storia non è, di un attacco predatorio.

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In un giorno come tanti altri, l’allevatore porta le pecore al pascolo, insieme a lui due cani da protezione del bestiame, un maschio e una femmina.

I cani sono ancora giovani, ma non troppo, hanno un anno e 3 mesi. Sanno bene qual è il loro lavoro e il lupo lo hanno conosciuto da piccoli.

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Pecore e cane al pascolo.

La femmina è mamma da poco e come tutte le brave cagne da guardiania, si divide tra la sua cucciolata e il pascolo; il maschio, invece, rimane sempre con il bestiame.

Il ritmo dell’azienda è scandito in modo lento e pacato dal brucare delle pecore al pascolo. Pecore di razza comisana, il pastore sa bene come e quando gestire la loro fonte alimentare, sa bene che è inutile lasciarle nelle ore più calde al pascolo. Si metterebbero alla meria, tutte sotto un albero, senza mangiare. Il pastore sa bene che in quei campi manca una fonte d’acqua per il bestiame e per i cani, quindi nelle ore più calde li va a riprendere e li riporta vicino alla stalla.

Tutto procede normalmente come ogni giorno, ma basta poco per cambiare la normalità.

La cagna lascia le pecore per tornare ad allattare i cuccioli di pochi giorni, il maschio segue la compagna e per uno strano caso, quel giorno invece che fermare il suo passo a 200-300 dal bestiame, prosegue per tornare alla stalla. Il perché non si potrà mai sapere. Da lontano l’allevatore tiene sotto controllo il bestiame, mentre sta sfalciando. Le pecore sono tranquille. Un pastore sa sempre riconoscere quando tutto procede nel modo consueto, poi all’improvviso uno strano movimento; le pecore si sparpagliano e si disperdono. L’occhio attento del pastore vede subito che qualcosa non va e non importa in cosa sia affaccendato, ma lascia tutto e si dirige di corsa verso il gregge. Arriva con il fiato spezzato dalla fatica della corsa e trova quello che aveva già immaginato con una stretta al cuore: ha subito un attacco. Una pecora è ferita, ma ancora viva. Dal collo sanguina copiosamente, ma la trachea è intatta.

Sa bene che la femmina dei suoi cani non è presente, ma il maschio dove è? Lo chiama, lo richiama. Nulla. Sospetta, quindi, che sia andato con la femmina. Non doveva succedere, si ripete, ma è successo pensa.

Mentre raduna il gregge e comincia a incamminarsi verso la stalla, sono tanti i pensieri che gli affollano la mente. Tra questi, anche i più brutti come il dubitare del lavoro dei propri cani, come il pensare di non aver fatto un buon lavoro. Si sente responsabile per quella pecora e forse per altre. Il suo maschio, non ha mai lascito le pecore, il suo maschio al massimo si allontanava di qualche centinaia di metri. Non aveva mai subito un attacco da quando aveva in campo i suoi alleati, sempre presenti, sempre legati con quel filo indissolubile al loro bestiame.

Arrivato alla stalla si accorge che i cani sono insieme e che nulla fa trasparire una fuga al momento dell’attacco, ma piuttosto un rientro motivato dai cuccioli e dal rapporto di coppia.

Dopo qualche ora riporta il bestiame al pascolo, uno più vicino e con le pecore anche il cane maschio, che lo segue con tranquillità. Le pecore, però, non sono tranquille, qualcosa è cambiato e allora si riuniscono tutte intorno al cane, che quasi non si riconosce più. Il bestiame non lascia il cane neanche per un secondo, l’alimentarsi non è una loro priorità, la paura di essere di nuove attaccate è impressa in ogni loro movimento.

Il pastore è amareggiato, ha negli occhi il sangue della pecora e nel cuore la ferita lasciata da un errore.

Poi ragiona e arriva a capire che il lupo c’è e c’è sempre stato, uno, due.. non importa, ma sono lì, lì dove li avevano visto i cani da cuccioli, lì dove 4 mesi fa, avevano evitato un attacco, lì dove ora invece lo hanno avuto. E’ un passaggio, probabilmente frequentato.

Le pecore, però, accompagnate sempre dai cani, si sentivano sicure.

Tornare in stalla per il pastore sembra l’unica soluzione e comincia a contare il gregge.. uno, due, tre.. dieci.. trenta.. cinquanta.. cento.. centou

No la centunesima non c’è. Quella allevata con il biberon e ancora giovane non c’è. Non è rientrata.

Scende la sera e passa la notte, pecore e cani nella loro stalla tutti insieme.

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Pecora ferita e giovane cagna.

La mattina dopo la mungitura, la cagna sembra quasi voler consolare la pecora ferita, che non potrà andare al pascolo con le altre. Si dirige poi dalle altre e tutti di nuovo, pecore, cani e pastore, riprendono la via per il pascolo.

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Carcassa di pecora.

La cagna arriva per prima, alza il muso e con il naso odora l’aria. Capisce subito che c’è qualcosa di diverso, si incammina e il pastore la segue. Ha trovato l’altra pecora, o quello che ne resta. Aveva un nome, aveva una storia, aveva un passato e doveva avere un futuro.

A volte non è il danno del singolo capo, ma la perdita del tuo animale, di quella pecora di cui sapevi la storia.

La ferita nel cuore del pastore si allarga sempre di più, ma lo stupore di vedere la cagna cambiare sguardo e raggiungere, dopo aver marcato a terra, il resto del gregge, fa capire al pastore che l’odore di quel predatore è rimasto.. e ha messo subito in allerta la cagna.

Il pastore si ripete “ ci dicevano basta prendere 2 cani, ci dicevano”. Poi ci ripensa e ripensa che non ha mai avuto attacchi da quando ha i cani e non aveva mai avuto la cagna con i cuccioli e il lupo c’è da sempre altrimenti non avrebbe neanche preso i cani o realizzato un ricovero notturno stile bunker.

Tutte le storie hanno una morale e a volte è anche scomoda e doloroa, ma deve sempre essere ricordata.Non esiste una soluzione definitiva, ma un equilibrio fragile, difficile da raggiungere. In mille battaglie a volte si può perdere ed è dura, ma non si può rinunciare per il bene del bestiame.

Da storia a realtà.. tra pecore, vacche, lupi e pastore.

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E’ un giorno come tanti altri in una piccola azienda agricola zootecnica di un paesino del sud della Toscana. Le pecore, finita la mungitura, escono al pascolo accompagnate dal pastore. Le giovani, chiamate “alleve“, rimangono in stalla ancora per un po’ di tempo e insieme a loro i cani da protezione del bestiame.
Due giovanissimi cani che stanno imparando “il mestiere”. Nati e cresciuti con le pecore sono arrivati da poco più di un mese nella nuova azienda e ad accoglierli hanno trovato un gregge impaurito, terrorizzato da qualsiasi cosa che non fosse una pecora già conosciuta. Perché questa paura così radicata? Perché, purtroppo, al pascolo, da tempo, subiscono attacchi, sanno bene chi è il lupo e sanno bene che è pericoloso stare senza il pastore. A volte hanno paura anche di una pecora nera, una pecora del loro gregge, ma nera, che magari rimasta indietro si mette a correre per raggiungere le altre. Sembra strano e a molti verrebbe da dire ” beh sono pecore”. Eh no, sono pecore che hanno un ricordo preciso di qualcosa di pericoloso e lo vogliono evitare.
Torniamo, però, a quel famoso giorno dell’inizio della nostra storia. Tutto sembra andare per il verso giusto. Il sole splende, non c’è vento, le piogge dei giorni passati hanno fatto crescere un po’ di buon pascolo e le pecore ne stanno approfittando.
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Poi un urlo dal podere, verso il pascolo e il pastore che viene richiamato a casa per un parto di una vacca. Parto gemellare. Lei non è di primo parto, ma comunque con i parti gemellari bisogna sempre prestare più attenzione.
Il pastore pensa che il gregge è vicino a casa e quindi al sicuro, la priorità diventa immediatamente la vacca e il parto gemellare. E’ tarda mattinata, basterà mezz’oretta con una vacca esperta come quella e così il pastore lascia il bestiame che continua a pascolare.
La vacca è stata veramente brava e sono nate due splendide vitelline, ma ora bisogna pensare al primo passo, entrambe devo prendere il colostro dalla madre. Una ci riesce subito, ma per la seconda c’è da lavorare.
Il pastore ritorna al pascolo solo dopo un’ora e trova le pecore tutte riunite in un punto. Guarda e comincia a contare, manca un agnello, riconta di nuovo, manca sempre un agnello. Nulla ci risiamo, non è un danno enorme, ma è il sentirsi di nuovo vulnerabili. Il pastore sa, però, che le cose stanno per cambiare, che dopo aver imbolato le alleve, messo il bolo come di legge per l’identificazione dell’animale, queste saranno unite al gregge delle adulte e insieme alle giovani pecore ci saranno anche i due cani da guardiania. Sa benissimo che due cani giovani, ancora cuccioli, non possono far altro che imparare in questo momento e sa benissimo che non li potrà lasciare da soli. Non ci sono cani adulti che possono svolgere il ruolo di maestri pazienti ed intransigenti. Il pastore sa benissimo che inizierà un periodo di lavoro più intenso, sa benissimo che parte del suo tempo verrà dedicato a questi cani.
Un giovane cane lasciato al pascolo da solo con la presenza di nuclei stabili di predatori, può sicuramente avere dei problemi e la logica di un buon pastore prevede che tutto questo non succeda.
La rabbia e poi la rassegnazione di quella predazione, vengono per la prima volta spazzate via dalla presa di coscienza che quello sarà il puntimg-20200429-wa0029o di svolta. Non si risolverà il problema e probabilmente qualche predazione magari potrà avvenire, ma il bestiame comincerà a sentirsi sicuro e riconoscerà l’abbaio di allerta dei cani e capirà che proprio loro, quei giovani cani, crescendo metteranno la loro vita a rischio per difendere quella di ogni singolo capo di bestiame. E’ un patto tra pecore e cane, è un patto lungo millenni e che sta tutto nella sapienza di un buon pastore e in cani da guardiania equilibrati, efficaci ed efficienti.

Nel mondo che vorremmo

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Nel mondo che vorremmo il pecorino è fatto con il latte delle nostre pecore che pascolano custodite e protette nei nostri campi.
Nel mondo che vorremmo il valore del nostro lavoro non si mercanteggia, ma viene riconosciuto da tutti come un valore sociale.
Nel mondo che vorremmo la politica non usa a scopi elettorali i nostri problemi e le nostre paure.
Nel mondo che vorremmo tutti, ma proprio tutti, si ricordano della storia e si ricordano che i nostri paesaggi sono stati modellati dagli aratri e dagli zoccoli del nostro bestiame.

Nel mondo che vogliamo non ci guardiano indietro per ricordare i tempi passati, quando ancora si riusciva a mantenere una famiglia, se non due, facendo i pastori, ma vogliamo e lottiamo per guardare avanti a testa alta.

Il teatro dell’assurdo. Sparare a un cane da protezione del bestiame.

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Squilla il cellulare, il numero non è registrato, ma non mi è nuovo. Rispondo e la voce è giovane, fresca, ma triste. “ Ciao ti ricordi di me, mi avevate dato Giorgio e Gigi”.

Gli allevatori si presentano sempre così con i nomi dei loro cani da guardiania, perché non sono oggetti, perché non sono solo animali, ma sono i loro alleati in campo, sono gli animali che li aiutano nella protezione del bestiame.

Per me ogni nome è importante, appena un allevatore me lo dice, io ripenso alla consegna del cane, all’impegno degli altri pastori nel crescere il cucciolo, alla soddisfazione nel vedere realizzato il proprio progetto di messa in sicurezza del gregge.

Il mio sorriso e la voglia di chiedere come vanno le cose in montagna, muoiono subito dopo la seconda frase del giovane allevatore: “Hanno sparato a uno dei miei cani, era nel recinto con le pecore la sera stava bene e quando sono tornato la mattina ho notato che era a terra. Non mi sono preoccupato subito, ma poi ho visto che gli giravano intorno le mosche, l’ho sollevato, ho spostato il pelo e ho visto le ferite. Il veterinario mi ha detto che gli hanno sparato ”.

Il sorriso in questi casi scompare del tutto e viene fuori la rabbia. Era in una grande area recintata insieme ad altri cani da guardiania e alle pecore e capre. Nessuno ha sentito nulla e ricordiamo che la notte non è che si può andare in giro a sparare.

Hanno mirato anche bene, i pallini di piombo sono tutti tra il collo, parte della testa e torace.

Più il pastore parla, più capisco il suo profondo sconforto e la solitudine che prova nel dover affrontare il tutto.

Fortunatamente lui solo, però, non è. Facendo solo 3 telefonate ha informato le persone che da anni cercano di trovare una soluzione a questa solitudine percepita dal mondo zootecnico. Ora partirà una denuncia, un bell’articolo e molti controlli. Questa volta nessuno fa spallucce e dice può succedere, questa volta amministrazione pubblica, organi di vigilanza e altri colleghi allevatori non vogliono lasciarla passare.

Questa volta, inoltre, la voce non è solo di un pastore, ma anche di chi conosce bene il duro lavoro che si deve fare per arrivare ad ottenere un buon cane da guardiania e conosce bene anche l’affetto, che molto pastori provano per i loro cani che vivono al loro fianco ogni singola avventura e ogni singolo giorno al pascolo.

Nessuno si può permettere di compiere atti illegali, e questo è un atto di bracconaggio, un atto penale e deve essere punito come tale.

Quello che succederà non si sa, se si capirà chi lo ha fatto e perché. La cosa sicura è che ora il giovane pastore accudirà il proprio cane, come ha già iniziato a fare con l’ausilio del medico veterinario aziendale.

Il suo danno oltre che morale, sarà, però, economico, perché giustamente sarà sottoposto a varie cure veterinarie e se il cane non ce la farà, il pastore perderà un compagno al pascolo e tutto il suo lavoro.

L’unica sicurezza, oggi e non domani, rimarrà la paura che il pastore proverà ogni sera lasciando pecore e cani nel loro recinto.

BENVENUTI NEL NOSTRO TEATRO DELL’ASSURDO.

Nella foto cerchiati in giallo, alcune delle lesioni riscontrate all’altezza del collo del cane.

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Lettera di un allevatore.

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Succede così, ti svegli la notte alle 3,00 e non per il caldo torrido, ma per il suono dei campanacci delle pecore e capisci subito che qualcosa non va, subito dopo senti QUELL’ abbaio, non un abbaio normale, ma quello, quello che ti va gelare il sangue, perché vuol dire che i tuoi cani da protezione del bestiame stanno affrontando il loro più acerrimo nemico, il lupo.

Corri senza neanche vestirti, ti metti solo le scarpe e esci di casa, lo vedi, è lì e vedi i cani che cercano di allontanarlo, pochi secondi e poi via, lo vedi scompare, ma sul campo rimane una pecora morta e una ferita e tutto il resto del gregge, più di 200, tutte raggruppate in uno spazio che ti chiedi come possa essere possibile che così tanti animali riescano a stare lì: si chiama PAURA.

La rabbia, cede il posto alla delusione e poi di nuovo alla rabbia perché riconosci quella pecora, perché era una di quelle più giovani, che ti seguiva quando entravi in stalla che avevi curato per un problema di salute, ma che ora stava bene era tra le più belle. Dalla rabbia non ringrazi neanche loro i custodi bianchi di quel gregge, che sai averti salvato, perché sarebbe potuto andare peggio.

Hai voglia di urlare al mondo quello che succede a 3 metri, dico TRE METRI da casa tua e invece rinunci, perché sai già che chi non fa il tuo mestiere ti direbbe solo:

beh aumenta i cani, beh metti le pecore in un recinto, beh tienile meglio” e tu sai che i tuoi cani sono stati bravi e che quando le temperature sono così alte di giorno, la notte è meglio lasciare il bestiame libero di pascolare, anche perché la loro attività di alimentazione in questa stagione è all’alba e al tramonto. E’ per quello che il gregge lo posizioni nel campo sotto casa e lasci la finestra aperta e dormi con un occhio solo e un orecchio tirato per sentire ogni rumore, seppur piccolo, che arriva da quel nero fuori dalla finestra.

Chi, invece, divide con te passione e lavoro sai già che comincerà con le solite polemiche, che poi un fondo di verità ce l’hanno, ma oramai come le ferite ciccatrizzate fanno male o vengono considerate solo ai cambi di “ poltrone politiche”.

sono troppi questi predatori, e ora non possiamo andare avanti così”.

Tu sai bene che SONO predatori PUNTO E BASTA, ne basta uno che coglie per un attimo la distrazione dei cani o l’allontamento di uno o due capi di bestiame ed ecco il danno. Rischio di impresa, che quanto diventa più frequente diventa un danno e allora ragioni pensando a migliorare la tua strategia antipredatoria senza dover perdere le notti e passarle, come è già successo, in una macchina al pascolo.

Migliorare, si bene.. lo puoi fare e poi ti fermi perché capisci che per migliorare dovresti avere la possibilità di avere un budget da investire e fai un calcolo che l’assegno del latte ti è già servito per coprire quelli delle sementi, per aggiustare il trattore (magari più di 5000 euro per un pezzo tanto piccolo quanto caro) e allora ti fermi un’altra volta e capisci che forse hai bisogno di un aiuto, ma chi ti può aiutare, la banca? Le associazioni agricole? La Regione?

Tu che sei un allevatore, che curi bene la selezione del tuo gregge, tu che se fai una foto alle tue pecore, poi la riguardi mille volte per capire se ti è sfuggito qualcosa o se tutte stanno bene, tu sei il premier della tua azienda, il consigliere della tua zona, ma quando prendi la macchina e ti allontani da lì, sei un numero, un fascicolo aziendale, un voto.

La notte, però, è solo incominciata, fai il giro per controllare quante pecore ti mancano, prendi il trattore e porti la ferita subito in stalla e consideri le lesioni, prendi la pecora morta e la porti in stalla in modo che non funga da attrattivo per altri visitatori notturni.

Sai già che alle prime luci del sole dovrai chiamare il servizio veterinario locale, sai già che poi dovrai andare in Associazione Agricola e presentare la domanda di indennizzo. Poi ti fermi e ti chiedi come si deve presentare e sono già le 4 di mattina e tu non riesci più a dormire. Qualcuno ti ha detto che le procedure di indennizzo sono cambiate, che ti risarciscono solo il valore del capo morto e che quindi quel valore, sai bene, che non ti ripagherà della tua perdita personale e del tuo investimento. La rabbia sale e ti chiedi ancora come puoi non farlo risuccedere, ma la mente non è lucida pensi solo a cercare di salvare quella ferita a valutare lo stress subito dal resto del gregge e poi un altro pensiero si fissa nella tua testa: questo lupo era a 4 metri da casa mia. Non credi più al “ ma tanto era un ibrido”, te lo ridici nella tua testa “ quel lupo era a 4 metri da casa mia”. Sai che non devi e non vuoi fare dell’allarmismo, ma vorresti solo che qualcuno cominciasse a monitorare quelli che vengono chiamati “confidenti”, ne hai sentito parlare per l’orso in Trentino, forse per il lupo non cambia molto. Pensi allora di mettere una video trappola, di cercare di raccogliere informazioni per essere più attendibile, ma poi arrivano le 5 e neanche il caffè riesce a mantenerti la mente lucida. Si inizia a mungere e la rabbia aumenta, le pecore non vogliono neanche salire la pedana, e la giornata inizia così.

Non esiste una soluzione facile e forse neanche una soluzione definitiva, ma chi si impegna a utilizzare strumenti di prevenzione E poi si accorge che a volte non sono sufficienti e non può aumentarli perché è legato piedi e mani senza possibilità di finanziamenti, cade in un vortice di rabbia e desolazione.

Prezzi del latte ovino del 1997 circa 1935 lire ora, oggi 2018, se va bene e solo in alcuni periodi dell’anno, 1,30 euro fino a scendere a 0,90 cent al litro iva inclusa. La pecora non è una vacca, la produzione è limitato in media a un litro al giorno (media gg/ AA per pecore di razza sarda) e inoltre, la produzione di un animale è poi legata alla possibilità di pascolare correttamente, di stare tranquilla.

La cosa che più indispone è la frase “ ma tanto avete gli indennizzi!”, è come se ti rubassero ogni giorno il cellulare da 800 euro e te ne risarcissero 200, se ti va bene. Non potrai più avere la tua rubrica telefonica, le tue foto, i tuoi filmati.

Stai attento che non te lo rubino più, realizzi una tasta interno al tuo giubbotto, ma qualcuno in metropolitana riesce a prendertelo lo stesso e ricominci da capo e diventi timoroso ogni volta che qualcuno si avvicina a te. Ecco questa è la sensazione.

Questa lettera non è stata scritta da un allevatore per piangersi addosso o per portare in piazza croci che sono di un settore, quello allevatoriale, ma per dire che c’è chi sta affrontando la situazione cercando di migliorare, ma non sa con chi parlare, noi di difesAttiva parliamo tra di noi, tra allevatori della provincia di Grosseto, ma non solo. Noi vorremmo poterci confrontare con le istituzioni, magari mettere a disposizione la nostra azienda per monitorare meglio gli spostamenti del lupo, non siamo aree rurali disperse nel nulla, siamo aree rurali vicino a grandi città. Esistono già una ricca bibliografia sull’argomento e noi ci rendiamo disponibile per capire meglio la situazione. Esiste la possibilità di effettuare un allontanamento nel caso in cui si reputi che gli animali selvatici aumentino la loro confidenza?

Se si come? Vorremmo confrontarci con tecnici che ci possono dare riposte basate su attività già svolte in altri Stati o anche in Italia.

Se non riusciamo a sederci ad un tavolo e parlarne, non è possibile chiedere alle sole azienda agricole di aumentare il numero dei cani da guardiania e murare il bestiame dietro a dei ricoveri notturni. Cani, che, inoltre, da molti vengono considerati un problema. Volentieri noi azienda agricole vorremmo assumere un collaboratore, magari un giovane da inserire nel mondo del lavoro, ma poi chi ti rappresenta ti dice di pensarne un’altra, perché sarebbe un costo troppo elevato.

Noi, allevatori di difesAttiva Toscana, ma sicuramente anche difesAttiva Liguria, siamo qui pronti a lavorare tutti insieme, pronti ad integrare altri soci, altri allevatori che possano portare la loro esperienza, non vogliamo i rimborsi, non vogliamo lamentarci, vorremmo solo costruire un futuro migliore.